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Sant'Isidoro Agricoltore
L’agiografia ci presenta ben quattro Santi con il nome Isidoro.
Vissuti in tempi diversi, con diverso paese d’origine, hanno dovuto affrontare serie difficoltà fino al martirio per l’ostilità e la cattiveria degli uomini ma con una caratteristica che li accomuna: la grande fede, la totale dedizione a Dio e l’esercizio continuo della preghiera.
- il primo, in ordine cronologico, è Sant’Isidoro di Chio del quale si conosce solo la data del suo martirio avvenuta nel 251 per mano dell’imperatore romano Decio. E’ il patrono dei marinai. Ricorre la festa il 14 maggio.
- il secondo è Sant’Isidoro di Siviglia, nato e morto in quella città (560 – 636) nella quale è stato Vescovo e, successivamente, né è diventato il patrono. Storiografo e scrittore enciclopedico di fama mondiale, ha pubblicato, tra le tante opere, due lavori straordinari quali la “Chronica Majora” e l’”Etymologiae” in molti e voluminosi tomi. Ricorre la festa il 4 aprile.
- il terzo è Sant’Isidoro agricoltore del quale si farà appresso una più approfondita ricerca bibliografica. Ricorre la festa il 15 maggio, giorno della sua morte avvenuta a Madrid nel 1130. Patrono di Madrid, Estepona, La Orotava e Bujalance in Spagna; Giarre, Centallo e Verzuolo in Italia, inoltre è patrono dei contadini, affittuari, birrocciai e bifolchi, dei raccolti e dei campi. Si svolge una sagra a Villacciare di Cagliari dal 15 al 19 maggio.
- Il quarto ed ultimo Sant’Isidoro, noto con l’attributo di “Tverdisvol” ovvero “Costante di Parola”, è nato e vissuto in Germania. Proveniente da una ricca famiglia, rinuncia agli agi per fare una vita d’asceta. Non è stato appurato se la sua scelta fosse ispirata alla vita di San Francesco D’Assisi o se avesse saputo del Beato Jacopone da Todi, certo è che alla rinuncia di ogni avere ha fatto seguito un comportamento alquanto strano, anche per quei tempi, tanto da essere indicato come lo “stolto di Dio”. Morì nel 1474. E’ venerato dalla Chiesa Ortodossa.
Sant’Isidoro agricoltore nasce a Madrid tra il 1070 e 1080, quando regnava sulla Castiglia e Leòn Alfonso Sesto, reduce da recenti conquiste di molte città spagnole. Nel 1081, Yusuf Tashufin, capo della dinastia mussulmana degli Almoràvidi, sconfiggendo Alfonso Sesto, potè annettere tutti i suoi domini nel suo impero nordafricano.
La miseria nera di quei tempi spingeva gli uomini a trovare lavoro nella campagna come operai o contadini. Anche il giovanissimo Isidoro segue l’esempio dei grandi trovando occupazione come garzone presso coloni fittavoli, ma riusciva ugualmente a trovare il tempo per ascoltare la S.Messa e comunicarsi tutte le mattine.
Quando la città venne occupata dai Mori, forse per non correre il rischio di finire martire, (perché non avrebbe mai abiurato), fuggì trovando rifugio a Torrelaguna dove fu assunto come bracciante presso il signor Vera. Questo padrone, pur apprezzando il giovane per l’onestà ed alacrità nel coltivare i campi, tanto da surclassare tutti gli altri, non restò del tutto sordo alle malelingue dei suoi compagni che non perdevano occasione per accusarlo di assenteismo per le ore “rubate” al Vera e dedicate a Dio. Si vede che anche allora il pregare era considerato un perditempo! oggi non lo è più perché nessuno osa pregare durante il lavoro e poi…. se ne è persa l’abitudine: di pregare, sembra che non ce ne sia bisogno! Per il padrone non contava niente il fatto che gli producesse più ricchezza degli altri, per questo lo seguiva con diffidenza non sapendosi spiegare come potesse fare una così grande mole di lavoro, restando spesso fermo in adorazione.
Isidoro, forte nella fede e sostenuto dalla giovane moglie, Maria de la Cabeza, non ascoltava le malignità suggerite dall’invidia di chi gli stava accanto nella fatica, né reagiva alle provocazioni ed alle ingiustizie. Era così umile ed apparentemente così insignificante da incoraggiare nei compagni ogni atto di cattiveria, tipico comportamento di chi non capisce, di chi non può capire come un poveraccio come lui, subissato da tante avversità, potesse essere sempre così sereno da effondere un senso di pace attorno a sé.
Anche quello sguardo amorevole che li abbracciava, pur dando calore e conforto, li disorienta; percepivano la presenza di un mistero che non sapevano spiegare, vedevano concretizzarsi cose strane sotto i loro occhi tutti i giorni, ma l’ignoranza, madre della superstizione, invece di spingerli alla compressione, ingrandiva in loro il dubbio che ci fosse in lui una presenza anomala e questo lo faceva apparire diverso da loro, lo faceva un “posseduto”, un tipo pericoloso e, pertanto, da stargli lontano se non combatterlo. Loro non sapevano chi pregasse, né che quello che vedevano fosse opera del Cielo, loro sapevano che il “diablo” può apparire e fare le cose più bizzarre per attirare le anime e, pertanto, diffidavano di lui e della sua famiglia.
La serafica bontà di Isidoro, costruita su una fede granitica ed esercitata nel continuo e paziente donarsi ai più bisognosi, contagia anche la giovane sposa, anche lei contadina, la cui aspirazione era quella di voler migliorare le condizioni di vita e per questo, in principio, faceva duri sacrifici economizzando tutto fino all’osso tanto da essere tacciata di taccagneria.
Una volta provata l’indescrivibile felicità nel donare, capita l’immensa grandezza della carità, seguì fedele il marito nel suo travagliato vivere fatto di stenti e privazioni ma anche di magici momenti di profonda gioia ogni volta che potevano offrire anche il loro niente che avevano, quel niente che miracolosamente si concretizzava in quello che veniva loro chiesto.
La prematura morte del loro unico figlio non intaccò la loro fede, anzi, quell’angelo divenne il diretto messaggero del Cielo quale esempio e guida verso la gloria degli altri.
Solo quando l’eroe nazionale, Ruiz Diaz De Bilvar, detto il Cid, riuscì a cacciare i Mori, Isidoro potè ritornare alla sua Madrid, trovando lavoro come operaio agricolo presso Juan De Vargas. Questi, viste le doti di onestà e lealtà lo fece suo intendete, ma ciò non scoraggiò i suoi compagni di lavoro che, ancora più agguerriti ed invidiosi di quelli di Torrelaguna, incominciarono a sobillare il padrone non solo con le solite accuse di assenteismo ma con quelle molto più gravi di furto continuato potendo egli attingere alle scorte del padrone, ma guardandosi bene dal dire le reali motivazioni di tali azioni che loro conoscevano e ne avevano anche beneficiato.
Il reato di furto continuato di generi alimentari era allora tanto grave da correre il rischio di essere giustiziato, ma il buon Juan, conscio della gravità delle accuse ed incredulo sul fatto che il suo uomo di fiducia arrivasse a tanto, al contrario di quanto gli spioni si aspettavano, decise di controllare di persona quello che stava accadendo nella sua azienda. Con la massima cautela per non essere scoperto, iniziò un paziente lavoro di spionaggio fatto di appostamenti e controlli su tutto il personale dipendente, ripetendo l’operazione tutte le volte che un particolare lavoro né richiedeva la sua presenza per una esatta verifica dei fatti.
Già dalle prime volte constatò che quanto gli avevano riferito appariva tutto vero ma ebbe anche modo di valutare la vera intenzione dolosa dei delatori che si erano guardati bene dal dirgli i veri motivi di tali azioni. E questa fu la prima ragione per proseguire l’indagine. Era vero, Isidoro si fermava molto spesso a pregare ma l’aratro non si fermava: bifolchi invisibili lo guidavano per lui. Scoprì Isidoro ritto in mezzo ad un campo di matura messe che con la testa china, le braccia congiunte e la falce pendolante tra le dita, stava fermo come una statua, ma il grano veniva mietuto ed affastellato da incorporee mani.
Arrivò perfino a chiudersi una sera dietro alla porta di un pollaio per vedere che fine avrebbe fatto quel sacco pieno di grano “dimenticato” da Isidoro in un angolo buio vicino al magazzino. A notte fonda scorse il suo intendente che vi attingeva a piene mani, e tante volte, per accontentare i molti questuanti che chiedevano la carità per sfamare la famiglia.
Scioccante fu la sorpresa per il buon Vergas quando, finito quel furtivo via vai di poveracci, si avvicinò al posto del misfatto trovando il sacco ritto e pieno come lui lo aveva visto a prima sera. Allora capì, la sua mente s’illuminò, il suo cuore si aprì all’amore ed alla comprensione, ora sapeva che quel suo dipendente era attorniato da spiriti serventi che lo aiutavano, percepì in lui una presenza divina che lo faceva particolare, che lo sorreggeva nelle prove della vita e lo rendeva immune dai pericoli. Intese in lui una forza attrattiva che gli infondeva tranquillità. Quel padrone da sospetto indagatore si trasformò nel più convinto sostenitore e testimone delle sue virtù.
Isidoro muore nel 1130 e viene sepolto in un piccolo cimitero vicino a Madrid. Forse sarebbe entrato nella folta schiera dei tanti giusti, amati da Dio ma ignorati dagli uomini, se quella moltitudine di beneficiati non avesse seguitato a pregare sulla sua tomba per chiedere quei piccoli ma indispensabili aiuti necessari per vivere e lui li accontenta sempre anche quando lo implorano per la salute degli animali o per soddisfare una promessa fatta ad un bimbo malato.
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